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Sono passati di qui
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03/10/2007

Macché leoni, hic est pecus!

Ordunque:

Si può tranquillamente andare al bar da sole senza essere scambiate per adescatrici, sempre che si sia stagionate come la sottoscritta (del buono c'è nell'essere una tardona, via... :D), ma non bisogna illudersi di poter passare inosservate, perchè ragazzini, pastori, casalinghe, vecchietti e vecchiette ti faranno i raggi X  con occhi acuti come spilli, dietro i quali sentirai il baccano di pensieri come e questa chi è? da dove viene? ma dove alloggia? deve aver parenti qui, ma chi?, sempre che non ti avvicinino per chiedertelo direttamente.
D'altro lato, apprezzerai con sorpresa il fatto che qualunque passante incrocerai, persino i bambini che escono da scuola,  ti saluterà gentilmente, e se gli chiederai informazioni si farà in otto per darti una mano.

Nella casa, niente fantasmi o inquietanti presenze, ma puzza di chiuso, mucchi di ciarpame, vecchi mobili in disarmo, orribili quadri e stampe alle pareti (ho scoperto che uno particolarmente orrido era l'ingrandimento, colorato a mano, della microfoto di zia Margherita, morta da bambina), santini, vecchi calendari e foto di Padre Pio. Il tutto guarnito da abbondanti ragnatele.
In compenso, il profumo e il sapore delizioso dei fichi che crescono sull'albero nel cortile, da contendere a passeri buongustai che hanno preso alloggio nell'intrico di rovi che una volta era un bel rosaio. Inquilini vivaci e nervosi, che prendono il volo al suono del primo passo nel cortile.
Il grande albero di cachi pare non attirarli, ma i frutti sono ancora verdi e acerbi, e pendono dai rami come grandi palle di un albero di Natale.

La gente cammina tanto, senza fretta ma con costanza, quindi se chiederai scusi, è lontano il cimitero? si può raggiungere a piedi? e ti risponderanno eia! è ssolo una ppasseggiatta!, non ti stupirai quando ti troverai ad inoltrarti nella campagna verso una macchia lontana di cipressi che si avvicina sin troppo lentamente. E capirai il perchè di tanti sedili e panchine lungo la via, luogo di sosta per riprendere fiato e salotto per i vecchietti, che da quelle parti preferiscono sedersi in lunghe file a chiacchierare e osservare con la solita vista a raggi X tutti i passanti, piuttosto che ammuffire davanti alla televisione come in tutti i luoghi civilizzati.

I vecchietti, per l'appunto.
Nel piccolo cimitero, dove ti troverai tutta sola in una mattina splendente di sole  già autunnale, scoprirai che lì la gente vive molto a lungo. Pochissimi bambini, pochi giovani, ma schiere su schiere di vecchioni tarchiati e di vecchiette incartapecorite vestite di nero.
Come se lnvecchiare qui facesse arrotondare i maschi e disseccare le femmine, rifletto mentre saltello tra le tombe disposte in ordine sparso alla ricerca dei miei nonni. Ma gli avi sono dispettosi e si nascondono chissà dove.
E' vero che mi sorprendo a cercare tra i volti invece che tra i cognomi, come se mi ritenessi in grado di riconoscere volti di famiglia mai visti (mio nonno) o visti una sola volta in foto (mia nonna, giovane, alta, bella e sorridente. Indossa il bel costume del paese come un abito regale).
Faccio una pausa seduta sul muro basso del vialetto d'ingresso. E' tarda mattinata, il sole fa brillare le scritte in caratteri liberty sulla lapide accanto a me e una lucertola passeggia pigramente sul granito. Qualche cracra di cornacchie e un venticello fresco che sull'altura vicina fa girare le pale eoliche.
Pace tutt'intorno e dentro di me, e morti che ronfano serenamente. Non ho trovato i miei nonni, ma va bene così. Mi avvio per tornare a casa e passando accanto a un cortile dove stanno arrostendo un capretto per il pranzo domenicale mi accorgo di essere affamata, anzi, affamatissima.

All'arrivo avevo deciso di non voler affrontare cucina a gas, tegami, piatti e posate (è tutto da lavare, se non altro per togliere di torno quell'odore di vecchio e chiuso) e di optare per pane, salsiccia, formaggio e frutta. Scelta che si è rivelata felice, grazie al buon pane (i romani consideravano questa zona "il granaio di Roma"), all'ottima frutta locale ed ai formaggi  di varie qualità che qui producono i pastori, uniti in consorzio. Evito di pensare al mio colesterolo ed agli aromi pecorecci che alla fine del mio soggiorno probabilmente esalerò.
Ma quando mi ricapiterà di mangiare tante cose così buone e ruspanti tutte insieme?

E arriva il giorno del ritorno.
In piedi alle 4 del mattino, per arrotolare il sacco a pelo ed infilarlo nel trolley seguito da tutto il resto del bagaglio. Mi lavo, mi vesto, chiudo luce e acqua (la manopola è in fondo al cortile, da raggiungere a tentoni nel buio pesto), controllo di aver chiuso finestre e porte e sono già per strada, sotto luci giallastre gentile regalo della centrale eolica.
Silenzio totale, solo un chicchirichì al quale, dopo il clac della porta che si chiude e il suono delle rotelle del trolley sul selciato, si aggiungono immediatamente starnazzamenti sguaiati di anatre e oche, gorgoglii di tacchini e altri versi non meglio identificati. Ho svegliato un intero zoo , penso mentre mi avvio alla fermata del pullman, unico collegamento giornaliero con Cagliari, che passa alle 6,25 del mattino per portare gli studenti a scuola, ma meglio se sta alla fermmatta in anticcippo, perché certte vvolte ppassanno primma e cooorronnnoooo..... Se voglio prendere la nave stasera non c'è altro modo... mi toccherà passare la giornata a Cagliari, buttata nel porto come un'emigrante.
Un vecchietto insonne si avvicina, mi raggiunge, mi saluta e gira sui tacchi, tornando lentamente da dove è venuto. Il suono dei suoi passi sul selciato, nel silenzio rotto solo ogni tanto da qualche macchina di passaggio.
Arriva il pullman, puntuale. Il guidatore è un gran bel pezzo di figliolo, che mi dà una mano a sistemare il mio pesantissimo trolley nel bagagliaio e poi si lancia in una corsa vertiginosa nel buio, lungo la stradina tutta curve. Ad est  l'orizzonte sta schiarendo e quando arriviamo sopra il lago Mulargia è di un celeste tenerissimo, con una nuvola che sembra l'ala piumosa di un angelo. Intorno, boscaglie cupe e arruffate, qualche albero e campi di grano falciato, in ogni campo in una direzione diversa.
Sentendo l'arrivo del pullman, si alza in volo uno stormo di grandi uccelli scuri e in un flash capisco che solo un pittore potrebbe rendere questa bellezza drammatica e struggente, Van Gogh.

Poi iniziano i paesini, salgono i ragazzi, uguali ai loro coetanei di qualunque altra parte del mondo.

Poi Cagliari, la città. Ancora lontanissima da Roma, il viaggio è già finito.

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